salute mentale

La ciclicità smarrita nel ritmo del tempo vissuto

La modernità modifica la nostra percezione del tempo disancorandoci dal significato naturale dei cicli e dei riti sul quale è nata la nostra cultura

La comprensione del nostro tempo vissuto e la cura dei nostri ritmi naturali sono l’unico argine alla frenesia della vita quotidiana
(depositphotos)

Siamo strettamente interconnessi al tempo. Il tempo è la memoria dove risiedono i nostri ricordi, è l’aspettativa che abbiamo sul nostro futuro, il tempo è anche il nostro presente che prende significato grazie al nostro passato e futuro. Il rapporto con il tempo è parte essenziale della nostra coscienza, dà continuità al nostro Io, all’idea che abbiamo di noi stessi.

Il tempo lineare

Parlando del concetto di tempo siamo tutti portati a pensare alla distinzione tra tempo oggettivo, cronologico, dell’orologio e tempo vissuto, soggettivo. Sappiamo molto bene, facendone esperienza diretta, quanto un’ora in buona compagnia sia percepita in modo diverso rispetto ad un’ora di snervante attesa. Entrambe queste concezioni di tempo si basano su un’idea di linearità. Nel tempo lineare c’è un passato, un presente e un futuro, una visione rettilinea della storia con una freccia orientata verso il futuro. La linea del tempo è lo strumento che rappresenta questa visione. Nell’epoca moderna c’è stata una compressione di questa linea, passato e futuro si sono ristretti. È avvenuta un’accelerazione supportata dalla tecnica e dalla tecnologia, dovuta all’idea dell’uomo al centro di tutto e non più dipendente dal volere divino. Tutto ha l’obiettivo ultimo della produttività e della performance.

La cultura della fretta ha raggiunto un punto di rottura nella post-modernità. L’enormità delle possibilità e delle cose da fare ingigantisce le aspettative. Sempre più spesso percepiamo una non coincidenza tra il tempo della vita e il tempo del mondo. Questa rincorsa apre una ferita narcisistica rispetto alla nostra inadeguatezza e lascia un senso di vuoto. La nuova struttura temporale è incentrata sull’istante, sull’immediatezza, diventa una cultura dell’adesso. L’immediatezza temporale è la necessità di essere ovunque in ogni momento, l’istantaneità delle cose che facciamo e consumiamo, tutto è “on demand” pronto al consumo. Sembra che non si possa prescindere dalla gratificazione immediata dei nostri bisogni. La linea del tempo esplode e lascia un tempo frammentato. Ogni momento è vitale ma slegato dagli altri e percepiamo così una perdita di continuità. Con questi presupposti non abbiamo la possibilità di dare un senso alle nostre azioni e al nostro essere. Non abbiamo tempo di assimilare quello che sta accadendo.

Il tempo ciclico

Ci potrebbe stupire scoprire che il modo di vivere il tempo, per noi scontato, è invece costruito culturalmente oltre che personalmente. Infatti, in epoche o in culture diverse il concetto di tempo lineare non è sempre stato al centro della scena. All’opposto del tempo lineare troviamo una concezione ciclica. Il tempo ciclico consiste in una circolarità degli eventi in un eterno ripetersi. Ne troviamo un esempio nell’idea orientale di reincarnazione, dove è il ciclo continuo di vita e rinascita che regola la strutturazione del concetto stesso di tempo. Tra i Greci e i Romani, così come poi nelle culture pagane e contadine, la circolarità degli eventi è costitutiva dell’idea di tempo ancora più dello scorrere del tempo stesso. Un tempo circolare ci previene dal futuro. Il ripetersi periodico e prevedibile si pone contro il terrore della possibilità del nuovo. In questa visione del mondo diventano pregnanti i miti e i riti. Il mito ricorda il tempo fondante, l’origine del ciclo in cui ci troviamo. Il rito messo in atto dagli uomini lo ripete perché il ciclo permanga invariato.

I miti e i riti si fondono, e spesso si strutturano sulla ciclicità della natura. Le stagioni, i cicli lunari, i cicli vitali di piante ed animali vengono vissuti dall’uomo, sfruttati e interpretati come portatori di significato. Il calendario è già un tentativo di adeguarsi e sincronizzarsi con quei cicli. Il rito addomestica la natura, senza si è nel non tempo, si perdono i riferimenti che per migliaia di anni ci hanno sorretto. Ne troviamo un forte riferimento metaforico nel film “La Quinta Stagione”. Vediamo gli abitanti di un villaggio contadino inscenare un rito pagano, frequente nei contesti rurali fino a pochi anni fa. Alle porte della nuova stagione, l’inverno viene metaforicamente scacciato bruciandolo con un falò. Nel film avviene un inaspettato stravolgimento del ciclo naturale. Il legno non brucia, il falò non si accende. Dove dovrebbe nascere la primavera per merito del rito riproposto, l’inverno persiste. Lo stravolgimento della ciclicità naturale, oltre alle ovvie conseguenze sulla natura e sugli animali, fa perdere i punti fermi temporali impliciti degli uomini. Il rito e la tradizione si inceppano. Il concetto stesso del tempo va in crisi. Senza la ciclicità rassicurante addomesticata della natura gli umani si trasformano in spettri di loro stessi. L’angoscia è pervasiva.

La perdita dei riferimenti temporali

Anche in una società come quella odierna dove il tempo è concepito e vissuto come lineare, i cicli hanno un ruolo silente ma fondamentale. Spesso accantonati per una logica prestazionale, vengono considerati superflui ma senza siamo dei viaggiatori senza una mappa. Viviamo nell’illusione che non siamo più vincolati dai cicli naturali. Ad esempio la stagionalità di frutta e verdura sembra annullata se facciamo visita a un qualsiasi supermercato. Anche le nostre emozioni e le nostre relazioni hanno insiti dei cicli di funzionamento. Fatichiamo a darci modo di osservare un ritmo. Quando è stata l’ultima volta che spinti dalla voglia di incontrare un amico siamo usciti di casa, abbiamo percorso la distanza che ci separa da lui e ci siamo dati modo di assaporare il momento in cui lo avremmo finalmente incontrato? La tecnologia e la sensazione di una costante connessione con il mondo hanno annullato la possibilità di questo tempo di attesa che è parte integrante dell’incontro che faremo e gli dona qualità e significato. La desincronizzazione rispetto alla ciclicità di cui siamo costituiti è deleteria per la nostra attribuzione di senso al mondo che ci circonda e quindi a quello che diamo a noi stessi. “Ci vogliono i riti […] È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.” (Saint-Exupéry, 1943). Come spiega la volpe al Piccolo Principe, la ciclicità del rito dona senso. Il rito diventa un dispositivo culturale che permette al significato del mondo di continuare ad esistere.

La scoperta del nostro ritmo

L’uomo è natura. La connessione tra i cicli naturali e l’uomo non è solo di semplice causalità, l’uomo si è strutturato sui cicli naturali che non possiamo quindi considerare come esterni a noi. Ciò vale per l’aspetto biologico e per quello culturale. Seguendo questo crinale, Tellenbach trova nel ritmo vitale, che lui chiama Endon, qualcosa di associabile al corrispondente umano del ciclo naturale. In tale concetto si intrecciano il biologico e l’esistenziale. Il ritmo accoglie esperienze come il battito del cuore, il ciclo vitale dalla nascita alla morte, il ritmo di una poesia o della musica, vissuti psichici o manifestazioni culturali. Nietzsche parla del ritmo come forma fondamentale del mondo dei fenomeni, dell’accadere della vita e dell’esistenza. Le nostre azioni, i nostri affetti sono inesorabilmente legati al ritmico. Fanno parte di noi la lentezza e la velocità dei movimenti, il loro susseguirsi, le fasi della vita che ci consigliano diverse ritmicità e cadenze. Siamo un ritmo e non possiamo avere l’arroganza di volerlo stravolgere. Non ci sentiremmo mai in equilibrio se perdessimo la sincronia tra il nostro ritmo, i nostri bisogni, le nostre aspettative, le nostre azioni e i cicli naturali in cui siamo immersi. I nostri ritmi si possono allungare, accorciare, spezzare. Se lo fanno continuativamente in modo prolungato stiamo probabilmente parlando di tempo patologico. Possiamo ritrovare varie modalità di vivere il tempo in differenti patologie mentali. Ne sono esempi dei più semplici la depressione in cui il tempo è bloccato, fermo e l’ansia in cui il tempo vissuto è totalmente focalizzato su uno spaventoso futuro incipiente.

La narrazione di sé contro la desincronizzazione

Come abbiamo visto, spesso è una narrazione culturale forte a dare il ritmo al tempo della vita. Ad esempio, in una comunità contadina ci sarà una forte narrazione comunitaria che dà un significato al tempo, al ciclo delle stagioni e fa da struttura al ritmo di ognuno dei suoi appartenenti. In una narrativa collettiva fragile del tempo, o addirittura in una narrativa che tende all’annientamento del tempo come quella odierna, prende maggior valore la narrativa personale. Considerando utopica l’effettiva possibilità di rallentare o modificare la temporalità della comunità in cui viviamo, la narrativa personale resta in primo piano. È nostro potere e responsabilità donarci il tempo del dialogo interno e della parola, la capacità di imparare a leggere i cicli, a rispettarli nell’attesa, a ridargli dignità. La narrativa personale richiede tempo ma il tempo umano esiste solo nelle storie che intrecciamo. La coscienza di noi stessi ci può insegnare a socializzare con i nostri limiti, con la nostra fragilità, contro l’arroganza dell’idea di poter trascendere l’umanità. L’attività artistica, le relazioni interpersonali, ogni situazione in cui ci permettiamo di trovare un senso significativo e simbolico alla nostra storia ci consente di mantenere una sincronizzazione con il nostro ritmo. Anche la psicoterapia tenta di farlo nelle situazioni in cui il ritmo è stato perso. La cura mira a ridare continuità e coerenza alla storia di vita della persona, a ricostruire la propria temporalità perduta.

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