È solamente nei pochi attimi di lucidità, quando vinco la mia testa, che io mi rendo conto del luogo in cui ora albergo
Ogni giorno è l’inferno. Questo è diventata la mia vita da quando non ho più memoria, da quando i miei pensieri sono diventati bolle, che si fanno lame per chi mi parla, aspettando una risposta. Prima l’inferno prendeva vita tra le mura in cui ho vissuto per decenni, donandomi uno sgretolato senso di appartenenza – ormai, a parte i ricordi più niente mi apparteneva –; ora divampa entro mura sconosciute. Tuttavia, ciò non costituisce un problema, poiché il più delle volte non le riconosco, mi dimentico di aver cambiato dimora. È solamente nei pochi attimi di lucidità, quando vinco la mia testa, che io mi rendo conto del luogo in cui ora albergo. Sono per me lacrime dolci amare ogni volta che si palesa a me una simile rivelazione. Neanche la voce ricordata dei miei cari riesce a placare queste lacrime. Quanto è disperata la non-vita di un’anima clandestina in una mente divenuta giungla infernale e sconosciuta? Quando lo domando a me stessa, negli istanti in cui la mente me lo concede, le lacrime sgorgano nuovamente: ma ecco che sono dolci, perché so che, essendo io sul tramonto della vita, da un momento all’altro potrebbe cogliermi la salvatrice, l’unica in grado di liberarmi da questa condizione di agonia.
Ho accennato alla misera me che vince la mia testa. In verità, devo ritrattare le mie parole: ho una recondita sensazione che si tratti di un inganno che la mia mente tende contro di me. Quella dispotica nemica mi fa credere di averla vinta, mostrandomi per un attimo la luce delle mie conoscenze e dei miei ricordi più veritieri e recenti, ma altro non è che lei che, secondo un suo sadico gioco, mi concede questo assaggio della vecchia me e del tempo che mi apparteneva. Potrei sopportare tutto questo senza fiatare, se solo fossi l’unica pedina della mia intima e subdola avversaria; ma lei è riuscita ad aggiogare anche i miei affetti. Forse è proprio a loro che questa finta concessione ferisce di più, poiché si illudono di avermi ritrovata, o che io mi sia ritrovata.
Ogni giorno mi affaccio su un mondo che va avanti, anche senza di me, perché io più non vivo nel mondo: ho scelto di divorziare dal tempo. Sono funambola tra ieri e oggi, mischiandoli come farei con un mazzo di carte. A volte, quando mi ci affaccio, sfioro del mondo solo la superficie. Ecco che emergo dal limbo della testa, gabbia di un ingranaggio ormai usurato. Quando perforo quello spesso velo, invisibile a tutti, non ricordo niente di più che dei visi, talora cresciuti, talora invecchiati. Qualche volta i miei pensieri-bolle scoppiano, sprigionando nomi: percepisco allora il sollievo di chi li sente. Ma essi non sono che una breve, illusoria, menzogna. Il passato è passato. Solo che l’ho detto: più non vivo nel tempo. In questo mio non tempo, il passato prepotente spazza via il presente, fagocitando anche il futuro, che altro non è che un passato mascherato. Non me ne vogliate se cambiano gli attori ma il copione rimane. Ora cala il sipario: quale illusione mi attende?