IL COMMENTO

La realtà capovolta di Vladimir Putin

Il discorso del presidente russo sullo stato della Nazione conferma l’impossibilità di dialogo, ma non cambia lo stato delle cose

In sintesi:
  • il discorso di Putin a Mosca
  • l'inconcludente sospensione del trattato New-START
  • la differenza tra le fantasie di Mosca e i piedi per terra di Varsavia
(Keystone)
23 febbraio 2023
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Non merita quasi parlare della realtà capovolta in cui Putin si è dilettato nella prima parte del suo discorso sullo stato della Nazione, martedì 21 febbraio. Quasi godendo ha accusato l’Occidente di aver aggredito le popolazioni dell’Ucraina orientale, ha nominato i laboratori per la produzione di armi chimiche che l’Occidente avrebbe costruito in Ucraina, che però sembrano visibili solo dalla Russia. Se si cerca un passaggio di questo folle discorso che illustri al lettore la realtà capovolta del presidente russo, è questo: in Occidente, secondo Putin, la pedofilia è diventata normalità. La critica di Putin alla decadenza occidentale non è nuova: l’attribuzione di pari diritti agli omosessuali causerebbe la distruzione della famiglia, a suo dire. Sul matrimonio per tutti e sugli altri diritti esiste pur sempre uno spazio per le differenze di opinione: qualcuno a Putin potrebbe dar ragione. La pedofilia, invece, è un crimine abominevole. Che un capo di Stato accusi altri Paesi di aver elevato a norma un crimine, esclude ogni spazio di discussione e riassume in una parola il modo in cui la propaganda del Cremlino rappresenta l’Occidente all’uomo della strada russo. L’Occidente vuole dividere, distruggere, smembrare la Russia, e perché? Perché gli occidentali invidiano al popolo russo i suoi valori tradizionali e la sua superiorità morale.

Poi, il momento dei regali: nella seconda parte del discorso Putin ha promesso più formazione all’esercito, consolazione alle madri dei soldati, esenzioni fiscali agli imprenditori, finanziamenti ai ricercatori. Grazie ai combattenti, onore ai caduti. Il mercato del lavoro è in pieno rigoglio, l’economia fiorisce. Chi attendeva una parola sulla situazione al fronte ucraino non l’ha sentita, però. La mirabolante «operazione speciale» causa centinaia di morti ogni giorno, ma non sfonda, meglio tacerne.

In sala sedevano deputati delle due camere parlamentari, ministri, militari, giovani soldati in divise attillate dai colletti alti, alla moda vecchia, come se qualcuno li avesse appena portati lì sottraendoli al ballo delle debuttanti. Ovunque sorrisi, applausi, occhi luccicanti, profumo di vittoria.

Si aspettava la bomba, l’annuncio di una svolta dell’"operazione speciale" verso la vittoria totale in Ucraina. Invece, la montagna partorisce un topolino: la Russia sospende l’applicazione del trattato New-START sulla limitazione delle armi nucleari strategiche. Se gli Stati Uniti riprenderanno i test nucleari, li riprenderà anche la Russia. Le conseguenze della decisione, annunciata con toni tanto solenni, non cambiano le carte in tavola, nel contesto attuale. È lecito chiedersi poi con quali mezzi la Russia vuole ampliare il suo arsenale atomico, sempre che gli Stati Uniti gliene diano il destro facendolo per primi. Il passo di Putin sembra pensato piuttosto per offrire agli ascoltatori una decisione clamorosa del presidente, dopo due ore in cui la sua retorica non ha fatto riconoscere elementi eclatanti di politica estera. Il pubblico saluta l’annuncio con un’ovazione, alzandosi in piedi: il trucco ha funzionato.

Ben diversamente sono andate le cose poche ore dopo a Varsavia. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha riconfermato l’unità dell’Occidente dinanzi a un pubblico sinceramente festante. Nulla a che vedere con il consenso meccanico della controscena di Mosca. Biden veniva dalla capitale ucraina: mentre a Mosca Putin inscenava bugie e complotti, a Varsavia regnava la realtà con i piedi per terra.

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