Monte Carasso

Fotografare il dolore, sviluppare la speranza

La mostra itinerante di World Press Photo è a SpazioReale. ‘Separati dall’ICE’ è la foto del 2026, ma potrebbe pure essere quella del 2027. Magari in Germania

Fotografare il dolore, sviluppare la speranza
Fino a prossimo 4 ottobre nell’Antico Convento delle Agostiniane. La foto: ‘Separated by ICE’
(Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald)
21 settembre 2026
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La ‘Photo of the year’ è solo uno dei 42 scatti premiati quest’anno dal World Press Photo, il più prestigioso dei concorsi di fotogiornalismo e fotografia documentaria al mondo. La mostra itinerante che ne deriva ogni volta, denominata World Press Photo Exhibition, è aperta sino al prossimo 4 ottobre a Monte Carasso, nelle rinnovate stanze di SpazioReale, nell’Antico Convento delle Agostiniane. Celebra una categoria che a 71 anni dalla fondazione di questo premio vive uno dei suoi momenti più complicati. «Essere fotogiornalista in tempi di derive autoritarie e in zone di guerra, in Ucraina come a Gaza, risulta terribilmente pericoloso». Emmy Dexel, communications director di World Press Photo è colei che ci accompagna tra le immagini di questa mostra, ma prima cita i dati del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), ovvero i 129 tra giornalisti e operatori dei media uccisi nel 2025. E se da una parte il World Press Photo rappresenta «la speranza di connettere le persone alle storie del nostro tempo, di capire il mondo in cui viviamo, di facilitare il dialogo e ispirare un cambiamento», dall’altra «è fondamentale continuare a lottare per la difesa della libertà di stampa e del fotogiornalismo».

New York come Buenos Aires

La ‘World Press Photo of the Year’ premia le migliori foto dell’anno precedente. Quella del 2026 è intitolata ‘Separati dall’ICE’ ed è stata scattata il 27 ottobre del 2025 da Carol Guzy lungo i corridoi del Jacob Javits Federal Building di New York, tra i pochi edifici federali nei quali la stampa è ammessa. Mostra lo strazio di una famiglia di origini ecuadoriane separata dal padre dallo United States Immigration and Customs Enforcement (ICE, appunto), forza a tutti gli effetti paramilitare voluta da Donald Trump per ‘ripulire’ gli Stati Uniti dagli immigrati irregolari. Guzy inquadra la disperazione della moglie e dei tre figli minorenni di Luis, un migrante che, stando ai suoi cari, non avrebbe pendenze legali ma all’ICE poco importa.

«Il giorno in cui è stata annunciata la sua vittoria – ricorda Dexel –, Carol Guzy non era ad Amsterdam, ha preferito restare a documentare lo stato di polizia e le brutalità in corso oggi negli Stati Uniti». Nei pressi della Foto dell’anno stanno anche le immagini scattate da Jan Sonnenmair a Portland, città per giorni in ostaggio dell’ICE, e quelle di Tadeo Bourbon a Buenos Aires, su tutte quella che testimonia l’arresto di un religioso durante la protesta dei pensionati contro il congelamento delle pensioni e i tagli all’assistenza medica di base, voluti dal governo Milei. New York come Portland, come Buenos Aires. ‘Separati dall’ICE’ è la foto del 2026 ma potrebbe pure essere quella del 2027, cambiando New York con Dresda, o Buenos Aires con Roma.

‘Never give up’

Tra guerre e diritti umani violati appesi ovunque, il pessimista cosmico che è in noi non vede altro. Eppure, alla domanda “qual è la sua personale Foto dell’anno?”, Emmy Dexel risponde portandoci davanti a ‘Un territorio di speranza’, una nonna e quattro suoi nipoti ritratti da Priscilla Ribeiro nell’insediamento di Parque dos Lagos. «Sono persone che vivono dentro stanziamenti illegali, che non sanno cosa succederà il giorno dopo, eppure amo questa foto perché è al tempo stesso un territorio di speranza: tanti nonne e nipoti vorrebbero un momento come questo, nella precarietà sorridono, riescono a ritagliarsi un momento per loro stessi».

Speranza e resilienza: anche questo è per Dexel il World Press Photo di quest’anno. In particolare davanti al festival di Tbourida, tradizione equestre riconosciuta dall’Unesco durante la quale Chantal Pinzi ritrae l’unica compagnia di cavallerizze autorizzata a parteciparvi. Le ‘Farīsāt: le figlie della polvere da sparo’, titolo del reportage, «competono – dice Dexel – in nome del women’s empowerment, rompono tradizioni secolari, provano a riscrivere quella regola per la quale, anche in altri sport, agli uomini vanno i soldi e alle donne soltanto l’onore».

Quanto a resilienza, la prima delle due foto finaliste ci porta in Guatemala. È intitolata ‘La prova delle donne Achi’ e mostra un gruppo di donne indigene che hanno convissuto per decenni nelle stesse comunità degli uomini che le avevano stuprate in nome della guerra civile. Nel 2011, trentasei di esse hanno rotto il silenzio avviando e vincendo una battaglia legale contro i propri aguzzini lunga quattordici anni.

Una piccola rampa di scale ci divide dalla Palestina, da dove arriva la seconda delle foto finaliste. La marea umana in ‘Emergenza umanitaria a Gaza’ ricorda quella a bordo della Vlora, la nave albanese che attraccò al porto di Bari nell’agosto del 1991. Qui invece è il luglio del 2025 e Saber Nuraldin fotografa una marea del tutto simile aggrappata al camion di aiuti che sta entrando nella Striscia attraverso il valico di Zikim. Che quello sotto la montagna di palestinesi affamati sia un camion si evince, a fatica, da uno specchietto retrovisore. Dexel ci indica una t-shirt che porta la scritta “Never give up”. Altre storie di Gaza in mostra sono negli scatti di Saher Alghorra: una famiglia palestinese rompe il digiuno del Ramadan tra le macerie della propria casa, in mezzo alle macerie circostanti. «In tutta questa distruzione – commenta Dexel – la tavolata è la vita che continua, nel modo migliore in cui quella famiglia riesce a farlo».

‘Black Mirror’

Nel pieno della crisi di personale che affligge le case di cura tedesche, anche un robot può significare speranza. Lo scatto pare uscito da una puntata di ‘Black Mirror’ e s’intitola ‘Emma, il robot sociale’. Paula Hornickel fotografa l’ospite di una casa anziani a tavola con un grazioso automa dalle sembianze femminili. «Diventiamo sempre più vecchi e soli, specialmente in questi luoghi. Pare che la signora apprezzi il robot perché ricambia l’umorismo di cui lei dispone, o meglio, l’umorismo che Emma è stata istruita a riconoscere».

Altrettanto distopico è il ‘Matrimonio nell’alluvione’ immortalato nelle Filippine da Aaron Favila in una chiesa allagata dal tifone Wilpha, che nel 2025 ha colpito la provincia di Bulacan. «Le persone in chiesa con i piedi nell’acqua sembrano dire “non importa, ci ameremo ugualmente per sempre”». E in ambiti di emergenza climatica, ecco l’orso bianco che di norma non si ciba di carne di capodoglio ma che oggi deve fare di necessità virtù: «Ho chiesto a Roie Galitz come fosse riuscito a difendersi dal freddo per ottenere quello scatto, mi ha risposto “nessun problema, la temperatura esterna era di più nove”». Più nove al Polo Nord.

Il dovere di sperare

Per il reportage ‘Guerra di droni’, David Guttenfelder entra nelle fabbriche ucraine che li producono. Nell’abbraccio di una madre a una figlia dentro la loro casa scoperchiata da uno sciame di droni russi, Dexel vede altra speranza, come nelle proteste della Gen Z in Madagascar, nell’ex studentessa del Barnard College ammanettata perché protesta contro i legami finanziari dell’università con Israele, come in quel che resta degli scontri tra l’esercito del Myanmar e la milizia dell’opposizione a Shunda Park, complesso dedito alle truffe informatiche. «In tutto questo spendersi per un futuro diverso – aggiunge Dexel – io non posso che trovare speranza».

Il pessimista ora meno cosmico che è in noi si ferma infine davanti alle scale della Joburg Ballet School di Soweto, Sudafrica, che le giovani ballerine afrodiscendenti stanno salendo per partecipare allo spettacolo di fine anno: «Ho chiesto a Ihsaan Haffejee quale fosse il suo intento e mi ha risposto che voleva portare alla luce immagini positive, potenti di Soweto, voleva mostrare che dall’apartheid ne sono usciti, che le cose possono cambiare e un giorno una di queste giovani potrebbe diventare prima ballerina».

Salutiamo la nostra guida davanti al panda di Rob G. Green: «Mi ha chiamato nel pieno della notte per dirmi che era riuscito a fotografarlo, pare che l’animale se la rida di noi». È vero, pare che dica “ok, mi hai trovato, adesso fai la tua foto e lasciami in pace”, lui – il panda – che nei trecento chilometri quadrati della riserva naturale di Wanglang, in Cina, un po’ di pace ancora ce l’ha.

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